Dalla normalità di Eichmann alla disumanità del presente: perché il libro di Hannah Arendt dovrebbe essere letto nelle scuole e nelle piazze.
«Il problema con Eichmann era precisamente che molti erano come lui, e che questi molti non erano né pervertiti né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.»
— Hannah Arendt, La banalità del male
La “Banalità del male” di Hannah Arendt andrebbe letto a scuola.
La storia è nota.
Il libro raccoglie gli articoli che Arendt scrisse per il settimanale The New Yorker nel 1963, in occasione del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, catturato in Argentina nel 1961 e giustiziato a Gerusalemme per il suo ruolo nella Shoah.
Ciò che emerge – e che più di tutto sconvolge – è la normalità con cui viene organizzato e amministrato lo sterminio.
Una normalità fatta di uffici, timbri, moduli, convogli.
L’assoluta mancanza non tanto di un pensiero critico, ma di idee — che non è stupidità, scrive Arendt, ma uno strumento perfetto per il male assoluto — che non si può liquidare con la parola “mostro”.
Quello che emerge dal processo è qualcosa di più inquietante: è la normalità dei mediocri, degli indifferenti, dei pavidi, degli ambiziosi.
Un uomo “obbediente”, perfettamente integrato in una macchina amministrativa di morte.
Uno che non ha mai pensato davvero a quello che faceva.
Un burocrate dell’annientamento.
Non il diavolo, ma l’ingranaggio.
Ed è questo che il Novecento ci ha insegnato veramente: è nella routine, nel conformismo, nella cieca esecuzione degli ordini che il Male si è insinuato, si è reso possibile.
Ed è lì che è rimasto, sempre in agguato. Anche oggi. Forse ancora di più oggi.
Chi è, dunque, Adolf Eichmann?
La sua carriera prende avvio nel 1934 con l’iscrizione al partito nazista. Poco importa se si costruirà sulla pelle degli ebrei.
Il primo incarico di rilievo è a capo dell’Ufficio Immigrazione.
Attraverso un sistema da lui ben orchestrato, gli ebrei venivano “convinti” a emigrare verso altri Paesi — ma solo dopo essersi spogliati di ogni avere.
Ma erano troppi.
E se in Polonia, fin da subito, si era pensato di “alleggerirne il carico” con i Lager, a Eichmann quel “bel posto” piaceva troppo per lasciarlo.
In questo periodo, prima della cosiddetta “soluzione finale”, gli viene anche chiesto di esplorare la possibilità di deportare gli ebrei — prima in Palestina, poi in Madagascar.
Progetti tanto complessi quanto irrealizzabili, che finiranno per essere solo dei diversivi.
Nel frattempo, i Lager polacchi e altri ancora più feroci, come quello di Minsk, cominciano a indicare chiaramente la strada verso lo sterminio.
La vista delle uccisioni lo turbava, ma l’organizzazione dei convogli verso i campi — di cui era responsabile — funzionava alla perfezione.
Nel giugno del 1943 il Reich verrà dichiarato Judenrein (“libero dagli ebrei”).
Conosciamo tutti la fine.
Eppure, leggendo le notizie di questi giorni — sui giornali o sui social — sembra che non abbiamo imparato nulla.
“Liberarsi degli ebrei” era, allora, un principio accettato come normale.
Pochi, in Germania come nel resto d’Europa (Italia compresa), seppero coglierne l’orrore.
E non senza le pesanti responsabilità dei sionisti. (Sì, anche loro.)
Sono stati anni terribili, che credevamo irripetibili.
In un tempo in cui il pensiero è svilito, la complessità è rifiutata, il conformismo è premiato, e la memoria è trattata come un orpello da cerimonia, questo libro è diventato più necessario che mai.
Va letto, discusso, insegnato.
Non solo per ricordare, ma per capire.
Non solo per non ripetere, ma per riconoscere.
Oggi sono gli immigrati a diventare carne da propaganda per politici mediocri — che costruiscono su di loro carriere (e lager) e arrivano a governare i nostri Paesi.
Oggi sono i palestinesi che gli israeliani vogliono sentirsi “liberi” di annientare, con la stessa ferocia che i nazisti riservarono ai loro padri e nonni.
Questa “normalità” — oggi come allora — è aberrante, disumana.
E se ci gireremo dall’altra parte, in nome di una novella normalità, saremo tutti colpevoli.

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