Mala tempora currunt.
“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”
— Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione (1955)
Faccio una premessa.
Sono una persona risolta. Ho una vita piena, una posizione solida (conquistata sempre nel rispetto degli altri) e gli strumenti per sostenere, se necessario, anche un confronto duro. Questo non mi mette al riparo da possibili abusi di potere, ma mi rende strutturata per potermi difendere.
È con questa consapevolezza che ho guardato, inorridita, allo spettacolo intollerabile dell’uso del potere contro chi questi strumenti non li ha ancora.
Il video in cui una ministra (una persona in posizione di potere) si rivolge a degli studenti con l’evidente intento di umiliarli è una delle scene più miserabili viste negli ultimi tempi. E di cose miserabili, da quando c’è questo governo, ne abbiamo viste fin troppe.
Non perché quei ragazzi siano deboli o fragili (hanno dimostrato l’esatto contrario), né perché manchino di preparazione, forza o determinazione; ma perché è l’adulto investito di un ruolo istituzionale che non dovrebbe mai usare la propria posizione per schiacciare, ridicolizzare, intimidire. Arrivare a definire degli studenti “inutili” non è una battuta infelice: è una scelta precisa e inaccettabile di delegittimazione.
La reazione della Bernini non è fermezza: è arroganza pura.
Non è leadership: è prepotenza.
È paternalismo autoritario travestito da sicumera. In questo caso non esercita il potere: lo abusa.
Lei (e la banda a cui appartiene) ricorre sistematicamente all’umiliazione come strumento comunicativo per dominare. In una democrazia sana dovrebbe essere messa di fronte alla propria inadeguatezza, politica e umana: dovrebbe dimettersi.
Infine, una precisazione necessaria.
Sono di sinistra, pur non avendo mai militato nel Partito comunista. La mia non è un’appartenenza nostalgica né identitaria, ma una scelta di valori: uguaglianza, giustizia sociale, diritti, antifascismo. È esattamente questo che oggi viene liquidato come “comunismo”, nel tentativo deliberato di trasformare il dissenso in un marchio infamante.
Dunque, ribadiamo l’ovvio: “comunista” non è un insulto.
È il nome di una tradizione politica che, insieme ad altre forze democratiche, ha contribuito a costruire le regole dello Stato di diritto di questo Paese. Regole che la ministra e il suo governo (che ne sono l’antitesi) stanno scientemente cercando di svuotare e sovvertire.
Tentare di farne un insulto mortifica più chi lo usa che chi lo riceve.
Perciò sì: se per la banda Meloni “comunista” significa non essere fascisti come loro, allora anch’io non posso che riconoscermi, con orgoglio, comunista tutta la vita.
¡No pasarán!

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