Il senso della Giornata della Memoria non è stato svuotato all’improvviso. È stato eroso parola dopo parola, poco per volta.
«Più ascoltavo Eichmann, più mi rendevo conto che la sua incapacità di parlare era strettamente connessa alla sua incapacità di pensare.»
— Hannah Arendt, La banalità del male
27 gennaio, Giornata della Memoria
«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio ed, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, affinché simili eventi non possano mai più accadere.»
(Legge 20 luglio 2000, n. 211, artt. 1 e 2)
Forse mai come quest’anno la Giornata della Memoria appare svuotata del suo significato più profondo.
È cominciato tutto dallo svuotamento semantico di parole terribili, fortemente evocative della violenza istituzionalizzata: nell’Italia meloniana come nell’America di Trump.
La parola SICUREZZA, per esempio. Da diritto della collettività è diventata alibi per la sospensione dei diritti, giustificazione preventiva della violenza. Quanto sta accadendo oggi negli Stati Uniti è un esempio caustico di questo slittamento: il passaggio alla repressione è già compiuto, anche se non sempre dichiarato.
La parola ORDINE è, nel lessico autoritario, la più ambigua e dunque la più pericolosa. Serve a ridurre il dissenso a disturbo, a trasformare il conflitto democratico in disvalore, a presentare le regole della democrazia come intralcio.
L’EMERGENZA viene brandita come condizione permanente: impedisce la riflessione, sospende il tempo lungo, legittima misure straordinarie destinate a diventare strutturali.
La DIFESA DEI CONFINI completa il quadro: la sovranità viene svuotata del suo significato di esercizio democratico e ridotta a diritto di esclusione assoluto. Una sovranità che non tutela, ma respinge.
Infine, la parola che più inquieta: DEPORTAZIONE.
Fino a pochi anni fa sarebbe stata impronunciabile nel linguaggio pubblico e burocratico, perché evocava (giustamente) ciò che la Giornata della Memoria dovrebbe ricordarci: sottrazione forzata della libertà, trasferimento coatto, disumanizzazione, anticamera della morte. È una parola che porta con sé i treni piombati, i campi, la sparizione dei diritti.
Oggi è stata svuotata di tutto questo.
Il trumpismo l’ha burocratizzata. Normalizzata.
Una parola che dovrebbe allarmare viene percepita come misura amministrativa neutra.
Possiamo allora affermare, senza timore di essere smentiti, che l’intento di chi istituì questa Giornata ha fallito.
Ha fallito sui nipoti di chi in quei lager è morto, perché la stessa disumanizzazione subita allora viene oggi perpetrata contro i palestinesi.
Ha fallito nel resto del mondo, dove i centri di potere riconducibili al trumpismo e alle destre estreme stanno comprimendo diritti e regole democratiche, con progetti apertamente reazionari ed eversivi.
Chiudo con due citazioni tratte da due libri che andrebbero letti e riletti come antidoto a questi tempi:
«Il guaio del caso Eichmann era che di persone come lui ce n’erano tante, e che queste persone non erano né perverse né sadiche, bensì terribilmente normali.»
— La banalità del male, Hannah Arendt
«Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero.»
— 1984, George Orwell
Leggiamoli spesso. Metabolizziamoli.
Perché il linguaggio, oggi più che mai, è il primo campo in cui esercitare la memoria, il primo in cui diventare resistenti.
¡No pasarán!

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