Leggere Turghèniev oggi.
“…quando si trovò lontano una mezza versta dalla casa dei Perekàtov, egli si sollevò nella vettura e con una vaga inquietudine cominciò a cercare con gli occhi le finestre illuminate… Nella casa tutto era già buio come in una tomba.”
— Ivan Turghèniev
Tra i libri che ho letto in queste settimane, merita una menzione speciale Lo spadaccino di Ivan Turghèniev.
Un libro di appena 87 pagine, numero 6 della collana La Memoria di Sellerio, tra quei 199 titoli scelti da Leonardo Sciascia, che ne curò anche le note editoriali.
Ecco le sue parole:
“Scritto tra il 1846 e il 1847, questo racconto di Turghèniev si può considerare il più evidente esempio dell’affermazione di Ortega che la consistenza di un’opera letteraria o artistica è nella somma dei punti di vista di coloro che ne hanno fruito e che ne fruiscono. Lo spadaccino è infatti, al tempo stesso, il racconto scritto da Turghèniev più di centotrenta anni fa, quale i suoi contemporanei lo lessero — il ritratto di un micidiale imbecille — ma è anche il racconto che noi leggiamo: torbido, pieno di sottintesi e di ambiguità, di indecifrate e decifrabilissime passioni e vocazioni, di indecifrati e decifrabilissimi istinti.”
Dunque, il ritratto di un “micidiale imbecille”. Chi era costui?
È un uomo che conosce un solo linguaggio: quello della forza, della violenza. Per essere accettato, ignorante com’è, si esprime con frasi brevi, semplici, che non tradiscano la sua trivialità. Si comporta da spaccone: preferisce essere temuto che amato, scambia l’autorità per autorevolezza. Non ha remore a ferire, e non gli importa delle conseguenze.
E poi c’è l’altro protagonista, Fëdor. Il suo alter ego. Il suo contrario.
Anche lui rimane, come molti, affascinato dal primo. Contribuisce all’innesco della cosiddetta fascinazione dei “dannati”. Il primo elemento consiste nel riuscire ad affascinare non perché abbiano ragione, ma perché sembrano non avere dubbi. Agiscono sull’inconscio per sottrazione: si tratta di una forma di deresponsabilizzazione mascherata da comprensione. Ma c’è un elemento più sottile, più inquietante: la fascinazione non riguarda solo loro, ma ciò che permettono di essere. Autorizzano alla semplificazione, alla brutalità, alla scorciatoia: offrono un alibi. Perché i “dannati” non conquistano da soli. Vengono riconosciuti. E, in qualche modo, scelti.
Fëdor cerca in tutti i modi di rinvenire in lui qualcosa di buono. Non riesce a capire fino in fondo quanto possa essere pericoloso giustificarlo. Fino alle sue estreme conseguenze.
Leggere può risultare, a volte, un viaggio potente, che ti lascia addosso quella sensazione di riconoscimento che è uno dei piaceri più acuti della lettura, ma anche uno dei più scomodi.
Siamo circondati da “micidiali imbecilli”. Sono tra noi. E non sono mai soli. Ci sono sempre dei Fëdor pronti a spiegarli, a ridimensionarli, a perdonarli prima ancora che capirli davvero.
Il punto non è solo chi sono loro, anche se è piuttosto facile riconoscerli spesso in posizioni apicali.
Il punto è cosa siamo noi, quando scegliamo di non vedere. Perché le responsabilità non stanno solo nei gesti di chi agisce. Stanno anche negli sguardi di chi assolve, che è la colpa più grave.
I loro danni, saranno presto sotto gli occhi di tutti. Ma temo che, a quel punto, nessuno potrà più porci rimedio.

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