La burocrazia non come funzione ma come postura.
“Mentre buttava giù in fretta il riassunto di queste sue idee il viso di Aleksèj Aleksàndrovič si era colorito per l’ani-mazione. Scritto tutto un foglio, si alzò, suonò e consegnò un biglietto per il direttore della cancelleria perché gli procurasse delle informazioni che gli occorrevano. Alzatosi, si mise a camminare su e giù per la stanza e, gettando di nuovo un’occhiata al ritratto, si accigliò e sorrise sprezzante-mente. Dopo aver letto ancora il libro sulle tavole egubine e avervi ritrovato interesse, Aleksèj Aleksàndrovič alle undici se ne andò a dormire, e quando, sdraiato nel letto, si ricordò di quello che era successo con la moglie, la cosa non gli parve più affatto sotto un aspetto così grave. »”
— Lev Tolstoj
Che cos’hanno in comune i due libri nella foto, Anna Karenina di Lev Tolstoj e Il procuratore della Giudea di Anatole France? In apparenza nulla.
Se non il fatto che li ho letti quasi contemporaneamente e che, insieme, mi hanno descritto il ritratto impietoso di una figura fin troppo familiare: il burocrate. Ci sono diversi tipologie di codesti inflessibili funzionari e, certamente, quelli che “frequento” io per lavoro, hanno un ruolo assai più marginale nella Storia. O forse no.
La prima volta che ho letto Anna Karenina andavo al liceo. L’avevo amata al punto da assentarmi da scuola finché non l’ebbi finita. Rileggerla oggi, mi ha consegnato un aspetto diverso, per certi versi opposto. Ma non è di questo che voglio scrivere.
Negli stessi giorni in cui rileggevo Tolstoj, ho letto questo piccolo volume di Anatole France, tradotto da Leonardo Sciascia e accompagnato da una sua nota. Un testo breve, ma potente. Racconta dell’incontro tra un patrizio romano, Elio Lamia, e Ponzio Pilato, che si ritrovano ai bagni di Baia dopo essersi conosciuti trent’anni prima a Gerusalemme, quando Pilato era procuratore della Giudea.
Perché li associo?
Perché Tolstoj racconta in generale della disumanità della burocrazia in generale e della meschinità del burocrate in particolare. Karenin è un uomo in cui la meticolosità esasperata non è rigore, ma strumento. La legge, nelle sue mani, diventa vessazione, fino a paralizzare ciò che dovrebbe regolare. Il potere, anziché servizio, si riduce a puro esercizio di sé stesso. Necessario per ricavarne certezze, sicurezza: dominio.
E poi c’è il Ponzio Pilato nel racconto di Anatole France. Sollecitato da Elio Lamia, che ricordava Maria Maddalena di cui era stato invaghito, il racconto si chiude con un dialogo emblematico.
«Qualche mese dopo che l’avevo perduta, seppi, per caso, che si era unita a un piccolo gruppo di uomini e di donne che seguivano un giovane taumaturgo della Galilea. Si faceva chiamare Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non ricordo per quale delitto. Ponzio, ti ricordi di quest’uomo?».
Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo. Poi, dopo qualche istante di silenzio: «Gesù?» mormorò. «Gesù il Nazareno? No, non ricordo».
Se Karenin rappresenta il burocrate che usa la legge per esercitare e affermare il proprio potere, Pilato ne incarna una forma ancora più radicale: quella di chi attraversa la storia (degli altri) senza lasciarsi toccare da nulla.
Non dal dubbio. Meno che mai dalla memoria.
Non è un caso che Leonardo Sciascia, nella sua nota, legga questo racconto come il punto estremo di una contraddizione: il potere che, nel momento stesso in cui si esercita, sottraendosi alla memoria si sottrae alla responsabilità.
Sciascia ricorda un’altra figura: l’Eichmann raccontato da Hannah Arendt ne La banalità del male. Un uomo mediocre, incapace di qualsiasi riflessione morale, responsabile di atrocità indicibili e al tempo stesso trincerato dietro la maschera dell’uomo d’ordine. Sciascia chiarisce che Ponzio Pilato non può essere considerato un suo precursore. La “dimenticanza” di Pilato è una presa di posizione intellettuale, morale (addirittura arriva ad associarla a quella di Tacito); intesa come sospensione del giudizio, rifiuto di prendere posizione, tentativo di cancellazione di fatti scomodi.
Riflessioni a margine di due libri che raccontano molto altro e una certezza: il burocrate non ha mai un’accezione neutra. Attraversa la Storia cambiando volto. Mai colpa.

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